Marco Useli in mostra allo Spazio Holo di Olbia

MARCO USELI

- WANDERING ISLAND -
SPAZIO HOLO

MOSTRE

Luglio, Olbia, zona industriale, capannone, tardo pomeriggio. Roba da Favolacce, polvere, caldo, vento inutile, rotolacampi, asfodeli, lattine schiacciate da scalciare, periferia della periferia dell’impero, insomma. O perlomeno si suppone. E invece no, sei sulla soglia dello Spazio Holo, è tutto diverso e non è neanche la prima volta

Interno giorno. La collisione immediata dello sguardo è un déjà-vu notturno che ti riporta alla dimensione che hai appena attraversato con gli occhi e le orecchie immerse nel navigatore. Mentre cercavi di capire se passare sopra o sotto a un cavalcavia, con la coda dell’occhio l’hai vista, la Nave. Una qualsiasi di quelle che sostano nel porto, attraccate per il tempo di evacuare e rimpinzarsi di mezzi di trasporto ed esseri umani. E ora è lì, ce l’hai davanti, come se qualcuno avesse spostato una finestra falsando il tempo, oltre al paesaggio.

Si dice che le colline africane restituiscano la serenità primordiale provata dai nostri antenati appena scesi dagli alberi, ecco, non c’è isolano o frequentatore di isole che non riconosca con la stessa familiarità ancestrale la murata bianca d’acciaio, gli oblò ciechi, le scialuppe rosse, l’enorme ciminiera che sfumacchia sullo sfondo nero di un cielo portuale.

Marco Useli in mostra allo Spazio Holo di Olbia La prima convergenza è in questo benvenuto straniante che rende tutto più familiare. Superata la soglia, connettere i punti diventa un gioco di analogie e differenze, e gli indizi per capire chi sia il Keyser Söze della storia si affollano in una serie di fortunate coincidenze.

Il binomio Olbia - Benessere è consolidato, così come la natura di punto d’accesso e di fuga dall’insularità, il centro commerciale, l’esplosione demografica, l’enorme difficoltà di trovare una casa in affitto per dodici mesi l’anno. L’esotismo, un tempo evocato soltanto dalle palme del lungomare, lo trovi rinnovato dalla ruota panoramica al molo Brin (non è un acronimo ma il cognome di un ingegnere navale, più volte Ministro della Marina del Regno d’Italia dell’800), che fa molto Coney Island, e dalla toponomastica della zona industriale, bizzarra rete di strade dal fascino petrolifero mediorientale o turistico tropicale.

La mostra di Useli si trova in via Seychelles ma è meglio parcheggiare in via Qatar. Turismo e opulenza, appunto, i Marchi di fabbrica. Ma siamo già dentro allo Spazio Holo e la sensazione di essere su un’isola di benessere è amplificata dalla pulizia delle linee, dalla modularità degli spazi, dalla comodità dei salottini sparsi per la hall e dalla presenza di un sobrio bancone bar che gioca logicamente con il nome di un vitigno piemontese. Il contesto è quello di un’oasi di produttività e nitore grafico. E la presenza di una mostra in un contesto come questo inizia a sembrare la cosa più ovvia del mondo.

Marco Useli in mostra allo Spazio Holo di Olbia Ci abbiamo messo un giorno intero ad allestirla e ora sembra che sia sempre stata là. Abbiamo pescato in sei anni di lavoro e produzione forsennata di Marco, abbiamo selezionato porzioni del suo sguardo e scelto pittura, incisioni, pastelli, tecniche miste. I pezzi che sentivamo mancare al ragionamento, li ha realizzati dal nulla, per l’occasione, in brevissimo tempo, con la fatica quotidiana e la tensione del maratoneta costretto a correre un mezzofondo. E non sono le opere più facili in mostra, ma quelle che meglio parlano con lo spazio e lo spettatore già alla prima occhiata.

I compromessi fatti, seppure invisibili, frammentano correttamente la narrazione. Non sempre correttamente, si parla sempre di compromessi. Quei dipinti che parlano di luce che filtra tra gli alberi, all’ingresso, ad esempio, sono fuori posto, ma il taglio della parete era troppo invitante e si doveva fare così. L’idea originaria dell’intero è nel ritmo alternato di frammenti eseguiti nel tempo di un selfie e opere imponenti e lavoratissime che aiutano lo sguardo a rallentare e percorrere ampie superfici di pittura, colore, velatura su velatura. La cornice è un viaggio ideale di ventiquattro/trentaseiore, da porto a porto, tra partenza, arrivo e ripartenza, appena fuori stagione.
Per questo, se volgi la testa a sinistra, già dall’ingresso, di scorcio sulla parete più lontana, vedi i toni dal nero al grigio di un enorme dittico a carboncino, il ventre della nave, il garage, la parte più familiare a chi viaggia su ruote e subisce la tensione dell’inghiottimento a ogni traversata. In mezzo, un racconto ritmato, oltre che dalle dimensioni delle opere e dall’alternarsi delle tecniche e dei supporti, dalle porte che nascondono e svelano uffici, persone che lavorano, un flusso essenziale per la dinamica e la distribuzione dello spazio.
Marco Useli in mostra allo Spazio Holo di Olbia Qualcuno rimane interdetto all’aprirsi di una porta dalla quale evade per un attimo l’aria condizionata che non benedice le opere in mostra. Poi lo sguardo torna alla quiete di due ombrelloni e due sdraio deserte, distese sulle pagine di una moleskine incorniciata per l’occasione. Nessuno saprà mai che l’opera sarebbe dovuta essere lo stesso soggetto ripreso a carboncino su un gigantesco foglio di carta straordinariamente fragile che non ha retto le tensioni della mostra.

Avevamo previsto di dire qualcosa, a un certo punto, ma quando ce ne siamo ricordati era troppo tardi, le persone discutevano tra loro di tagli di luce, del rapporto del piccolo con il grande, dell’emozione provata nel vedere opere su luoghi così familiari. Non abbiamo avuto il coraggio di rompere il flusso e l’equilibrio. Probabilmente sarebbe stato sufficiente fare un elenco, come quando ti spiegano cosa vedrai durante un viaggio organizzato. Partiremo da Genova, Nave, mare, poi coste, coste, coste e in serata la prima sosta in un paese dell’interno dove la quiete la fa da padrona e farete sogni nitidi ed evocativi. Sveglia presto e su in montagna per vedere l’alba, si prosegue fino al valico e finalmente si ridiscende all’azzurro infinito del mare.

Un tuffo e nuovamente tra le macchie di luce che trafiggono le fronde.

Si esce dalla narrazione fantastica per constatare che, quando è quasi sera, l’intera parete che ospita queste ultime opere riverbera di un fascio di luce reale che bagna le tele sfondando la quarta parete. Sì. Il gioco è quello. Identico al taglio netto e obliquo tra luce e ombra che le stesse finestre ricalcano su un’opera che evoca l’esperienza mistica del solstizio d’estate alla grotta de Su Hoda.
Marco Useli in mostra allo Spazio Holo di Olbia Tutto calcolato. In un messaggio privato, una testa complice, abituata più di noi a questo genere di cose, consigliava di tenere conto delle spade di luce che rendevano l’atmosfera suggestiva e sognante in alcuni scatti di repertorio. Non tutti i fortunati incidenti sono casuali. Lo è la misura di due supporti che ci aiutano a tenere su le ultime opere del percorso senza dover ingaggiare una faticosa lotta con il cemento armato.
D’altronde, il tempo per riflettere è agli sgoccioli, il viaggio leggermente fuori stagione è finito, l’orda del turismo di massa è alle porte e anche noi, siamo gregge che segue una traccia per tornare a casa.
Ogni tanto ci permettiamo il lusso di attardarci per guardare meglio, per distendere lo sguardo, per farci un’idea di come siamo, visti da lontano.

Niente di straordinario, soltanto un meraviglioso arcipelago di isole vaganti. Marco Useli in mostra allo Spazio Holo di Olbia


Note a piè di visita.
Wandering Island, alcuni visitatori mi chiedono se voglia dire “isola meravigliosa”, annuisco, non voglio deludere le aspettative, ma poi mi pento e cerco di recuperare, in realtà vuol dire “isola vagante”, mi guardano, annuiscono, non vogliono deludermi. Pari e patta. Smettono di fare domande.

Un essere umano si avvicina: peccato, ci sono troppe cose diverse, credo di aver capito che è una specie di viaggio ma, non si capisce molto, sembra la galleria del mio telefono dopo le ferie. Colpito e affondato. Esatto! gli dico, e gli consegno il foglio di sala che avremmo dovuto mettere in mano a ogni visitatore, e mi allontano. Lo vedo inforcare gli occhiali. Se arriverà in fondo, troverà questa frase: la scelta di sostituire l’intenzionalità e la rielaborazione del visto allo scrolling infinito, al backup nel cloud di gallery telefoniche sature organizzate in cluster d’immagini catalogate da etichette ambigue, destinate a riemergere in modo rarefatto ed episodico per volontà dell’algoritmo, o condannate a sparire nel nulla, costantemente rimpiazzate dal più recente, dal più trendy, dal più my mood.

Ammetto di essermi fatto prendere la mano dalla densità, ma il senso è proprio quello, sembra la galleria del tuo telefono dopo le ferie. Ma siamo sicuri che sia la stessa cosa? Non è che stai guardando la mostra esattamente come guardi la galleria del tuo telefono? Ti faccio un’altra domanda, analizzi mai l’immagine che hai prodotto in relazione a ciò che rappresenta e non in base a quanti like potrebbe generare una volta condivisa?
Lo scarto su cui gioca la mostra è proprio questo, perlomeno questa era l’idea, essere riusciti a renderlo in modo efficace, è tutta un’altra storia.

Ultima nota, sull’incontro-scontro tra civiltà e tradizioni.
Ho origliato la discussione imbastita da due persone dinnanzi al vassoio dei tramezzini che nobilitava un già nobile e sobrio buffet. Il nodo della contesa era una varietà di tramezzino rucola-salmone che sarebbe, a quanto pare, lesiva dei diritti del tradizionale tramezzino prosciutto cotto e fromage. La soluzione diplomatica ci fa ben sperare per il futuro, sembra suggerita dall’intelligenza artificiale e suona più o meno così: mangiati anche il mio tramezzino al prosciutto e formaggio e io mi mangio il tuo tramezzino al salmone, così siamo entrambi doppiamente contenti. Win - win. Flyer della mostra

Wandering Island, AI BOT (All Inclusive Binge Overtourism Trip)

Opere di Marco Useli

Mostra a cura di Fabrizio Brotzu

Testi di Fabrizio Brotzu e Chiara Manca

Progettazione grafica Federico Zavatta, contrast design

Un progetto Spazio Holo, in collaborazione con MANCASPAZIO, Nuoro


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