UOMINI - Manuale di sopravvivenza alla noia

Un incontro nato sui social network. Uno scambio di battute, faccine sorridenti e qualche “like”, poi la promessa di un appuntamento: “Ci vediamo lì, alle quattro e sei minuti”
Angelica Grivel - Ph:Giovanni Gastel UOMINI
Manuale di sopravvivenza alla noia
I RACCONTI DI ANGELICA GRIVEL
Un incontro nato sui social network. Uno scambio di battute, faccine sorridenti e qualche “like”, poi la promessa di un appuntamento: “Ci vediamo lì, alle quattro e sei minuti”
Cosa significa essere letalmente annoiati?

La noia non è altro che il desiderio puro della felicità non soddisfatto dal piacere e non offeso apertamente dal dispiacere. Giacomo Leopardi in ventun parole riassume egregiamente ciò che io ho intenzione di narrare in due dilettanti pagine di diario. Che invidia.

Come promesso, mi presento alle quattro e sei minuti all’ingresso del centro commerciale. C’è un ragazzino di bassa statura che si rimira ossessivamente nello schermo del cellulare, usandolo a mo’ di specchietto. Ha diciotto anni, ne dimostra dodici. Sono ancora in tempo per confondermi soffusamente con la folla e scappare via a gambe levate, ma è troppo tardi: lui alza lo sguardo, mi riconosce e, venendomi incontro con un’andatura alquanto sbilenca, mi saluta, usando un tono di voce entusiasticamente acuto ed eccessivamente sgradevole per i miei condotti uditivi. Lo saluto anche io, senza altrettanto entusiasmo. Non ha il viso così ributtante, dopotutto, se si escludono l’occhio sinistro visibilmente strabico e le labbra che necessiterebbero urgentemente di una lunghissima applicazione di burro cacao.

Apre la bocca, dice qualcosa, ma io non lo sento, perché è appena accaduto qualcosa di terribile. Una chiostra di denti interamente color giallo ocra, inclinata, irregolare, con un incisivo sovrapposto all’altro, mi danza davanti a ritmo di salsa. Decido di tenermi a distanza di sicurezza da quella sottospecie di voragine infernale dantesca. Meglio non rischiare di morire d’asfissia nel cuore di Cagliari, no?

Lui parla, attirando gli sguardi dei turisti che passeggiano per il centro commerciale, e questo succede perché il suo timbro vocale è alto, tristemente assimilabile al verso sgraziato di un gabbiano. Perciò gli intimo di abbassare la voce con un gesto gentile ma fermo della mano. Lui, naturalmente, finge di non vedermi. Dopo una breve camminata, lo conduco in un bar dall’aria antica, ma mi ispira, e prendo la solita coppetta al limone.

Lui continua a fissare il mio petto, c’è qualcosa che non va, forse. Per precauzione, effettuo un rapido controllo, ma sono a posto. È lui il problema, quel qualcosa che non va. Gli pongo qualche domanda. È diabetico, celiaco ed è figlio di un dentista (il colmo dei colmi) e di una hostess, non si trova bene nell’ambiente scolastico, esce sovente con suo fratello. Si fidanza spesso, perché, a sua detta, al suo passaggio tutte le ragazze si voltano a guardarlo e lo tartassano poi di messaggi e complimenti sui social.

È molto difficile da credere, sai, vorrei rispondergli, insidiosa come una donnola, ma non posso, e dunque esibisco un sorriso smagliante e annuisco, come se credessi fermamente in ciò che mi dice. È trascorsa solo un’ora. Devo resistere fino alle sei. Poi, sarà tutto finito.

Fondamentalmente, mi annoio. Quale orribile sensazione, la noia: non poter condividere qualcosa di significativo con qualcuno, non poter sorridere delle medesime situazioni o persone, non potersi confrontare partendo da un’idea o da una frase. L’unico interesse sono i tipici argomenti frusti affrontati dalle persone che non hanno, fondamentalmente, proprio un accidente da dirsi. Si parla di ragazze, di ragazzi, del ‘va di moda’, della scuola. Tutto è vuoto, il pozzo, anzi, altro che pozzo, la bacinella è priva d’acqua, non c’è niente da guadagnare o quantomeno da pescare.

Percepisco il suo pensiero. Per lui, sono una ragazza attraente, dotata di uno spiccato senso dell’umorismo, diligente alunna e buona lettrice. Si sbaglia. Ma non sto lì a spiegarglielo, nemmeno per sommi capi. Semplicemente, lo ascolto tartagliare, sforzandomi di non guardarlo troppo.

Prende un caffè, mostrando scarsa buona educazione (ringrazio il cameriere in vece sua) e, soprattutto, scarsissimo garbo. Sputacchia ovunque la saliva, neanche fosse una mitragliatrice, tiene la tazzina con il mignolo sollevato, gira e rigira il caffè con il cucchiaino senza soluzione di continuità. Un film horror. Finalmente il papà, mia ancora di salvezza. Basta solo uno squillo per farmi accorrere verso la macchina. Il ragazzino è perplesso, vorrebbe continuare a pronunciare discorsi insensati accompagnati dall’irritante ripetizione di ‘cioè, tipo, cioè, tipo’, fondamentali connettivi propri del suo linguaggio. Ma io corro, sfoderando un’ampia gamma di gesti plateali per simulare un ritardo mostruoso, mi siedo in macchina e, finalmente, respiro.
Mai più.
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